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Dalla redazione di Torino, Giulia Mameli Smartphone e web possono aiutare i popoli africani a far valere il loro diritto al cibo e alla sovranità alimentare. Alla base della condizione di sottosviluppo dell’Africa c’è, infatti, un passato di monoculture e sfruttamento, imposto dall'esterno e frutto di una cattiva informazione. Social network, blog e radio sono gli strumenti giusti per rompere questa spirale negativa e aiutare le produzioni agricole locali. Questo è ciò che pensano le Ong di Fondazioni4Africa e la Fondazione De Agostini ideatrici del progetto Eathink 2015, presentato al Salone del Gusto e Terra Madre 2012. L’iniziativa, avviata in Senegal e in Uganda insieme a Slow Food International, difende la biodiversità e favorisce concretamente la realizzazione di colture e orti urbani con l’aiuto di strumenti multimediali e di smartphone. A differenza di ciò che la percezione comune potrebbe suggerire, il continente africano è, a oggi, il secondo mercato mondiale di telefoni “smart", considerati strumenti centrali nella vita dei giovani africani. È da questa consapevolezza che è nato il progetto di condivisione di sapere e di materiale sull'agricoltura, con video e interviste a coltivatori locali che viaggiano in rete in lingua locale, per condividere informazioni e competenze anche negli angoli più remoti del continente. Si è partiti dalle scuole, medie e superiori, sviluppando contenuti da riversare sul blog collettivo del progetto eathink2015.wordpress.com. “Uno scambio interculturale di conoscenze tra studenti di Uganda, Senegal e Italia, maturate – spiega Donata Columbro, formatrice dei ragazzi delle scuole di Dakar e Kalongo – non tra i libri, ma sul campo”. Alla base di questo progetto c’è la creazione di un micro-orto all’interno delle scuole, al quale i ragazzi hanno lavorato sviluppando competenze specifiche che poi hanno scambiato reciprocamente attraverso internet e i loro smartphone. “Il web gioca un ruolo fondamentale – precisa Giordano Golinelli della Ong Acra –, ma se non ci fossero momenti di incontro con gli insegnanti di Uganda e Senegal come quello di oggi, o se non si andasse in Africa a conoscere quelle realtà come ha fatto Donata Columbro, il progetto non avrebbe questa forza dirompente”.

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