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Dalla redazione di Torino, Francesca Monzani Il 12 luglio 2012 la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha confermato il divieto di commercializzare sementi di varietà tradizionali che non siano state iscritte nel catalogo ufficiale europeo. Questa sentenza, passata senza grande rilevanza per l'opinione pubblica, rischia di ridurre fortemente la biodiversità delle sementi commerciali in Europa e condiziona in modo pesante il futuro dello scenario agricolo mondiale. Il decreto prevede, infatti, che chiunque voglia occuparsi di commercio e produzione di sementi debba necessariamente iscriverle nel Catalogo CE delle varietà di specie agrarie ortive, ovvero seguire un iter burocratico che dura dai 10 ai 15 anni con una spesa che si aggira intorno al milione di euro. Il risultato è allarmante: l'intero mercato mondiale delle sementi viene ridotto a poche aziende multinazionali che detengono i brevetti e mette fuori gioco i piccoli agricoltori che non dispongono del capitale necessario a registrare la propria attività. Sul tema è intervenuta la famosa attivista ambientale Vandana Shiva, che in occasione del Salone del Gusto e Terra Madre ha denunciato la totale mancanza di etica della sentenza europea: "Ogni seme è l'incarnazione dei millenni di evoluzione della natura e dei secoli di riproduzione da parte degli agricoltori. È l'espressione pura dell'intelligenza della terra e dell'intelligenza delle comunità agricole". La drastica riduzione delle varietà e la preferenza data a quelle artificiali porterà non solo alla riduzione della biodiversità, ma priverà l'alimentazione dei cittadini europei di circa 15-30 mila sostanze essenziali per la salute umana che si trovano nelle verdure e nella frutta naturali. Si tratta di capire se siamo disposti a rinunciare alle zucchine bitorzolute che coltivavano i nostri nonni in favore di sementi omologate, oppure possiamo impegnarci per creare banche di semi comunitari e centri di documentazione per salvaguardare la biodiversità e il nostro futuro alimentare.

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