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Una delle principali narrazioni che riguarda il rapporto tra giovani e Internet ha a che fare con la privacy. In particolare con l’uso di massa dei social network da parte degli utenti del web – per la verità sia adulti che adolescenti – si è prodotto un dibattito pubblico su quanto il concetto di privacy sia diventato vintage: in un’epoca di connessione permanente in pubblico delle nostre vite la privacy sarebbe in via di estinzione. In pratica, come mostrano alcune ricerche, più utilizziamo Facebook e Twitter più le nostre ansie rispetto alla privacy si placano e ce ne disinteressiamo consapevolmente relegandola tra le cose non troppo importanti. Le preoccupazioni ricominciano solo a fronte di traumi, ad esempio quando qualcuno ci tagga in una foto spiacevole o veniamo offesi sul nostro profilo. D’altra parte abbiamo anche posizioni che spiegano come la nostra sovra-esposizione online dipenda dalle politiche delle compagnie che gestiscono i social network che hanno tutto l’interesse che noi condividiamo più cose possibile nei nostri profili, compagnie che spesso mettono a disposizione regole poco trasparenti circa “quanto siamo in pubblico” quando carichiamo un particolare contenuto o compiamo una specifica azione – pensate ai continui cambiamenti di regole da parte di Facebook - e che non ci fanno sempre capire chiaramente come vengono usati i nostri dati da loro: forse la nostra disponibilità a condividere dipende anche da una bassa conoscenza di come i nostri dati circolano, vengono utilizzati indipendentemente da noi, ecc. La verità è che la privacy online è diventata un concetto che definisce le scelte di restrizione nella condivisione di contenuti da parte degli utenti attraverso il proprio profilo e che, quindi, per capire i comportamenti di giovani e adulti occorre osservare le relative strategie gestionali dei profili nel tempo. Una ricerca Pew Internet & American Life Project mostra, al di là di ogni narrazione, come la volontà di condivisione della propria vita in connessione, sia accompagnata a un alto livello di interesse per la propria privacy. Insomma: la privacy non è morta e le politiche di “unfriending” – cancellazione degli “amici” – e cura dei propri profili sono particolarmente attive. Una prima cosa che va segnalata è che, contrariamente a quanto il senso comune ha sinora pensato, le impostazioni sulla privacy di adulti e adolescenti sono le stesse e riguardano un aumento negli anni delle politiche di restrizione di accesso al proprio profilo. Quasi i due terzi (62%) degli adolescenti che hanno un profilo sui social media affermano di usarlo con un settaggio impostato su “privato” ​​in modo che solo i loro amici possano visualizzare il contenuto pubblicato - gli adulti sono il 58%. Un adolescente su cinque (19%) afferma che il proprio profilo è “parzialmente privato”, in modo che possano vedere i contenuti anche gli amici degli amici – gli adulti sono il 19%. Solo il 17% afferma che il proprio profilo è impostato su “pubblico” in modo che tutti possano vedere i contenuti – gli adulti sono il 20%. Se entriamo in profondità osservando i comportamenti di cura del profilo dei giovani adulti vediamo un cambiamento sensibile nel tempo: - il 71% cancella persone dalla propria lista di amici (unfriend) – era il 64% nel 2009; - il 56% cancella i commenti fatti da altri nel proprio profilo – era il 47% nel 2009; - il 49% rimuove il proprio nome da foto in cui è stato taggato – era il 41% nel 2009; - il 15% posta status, commenti, foto o video di cui poi si pente – era il 19% nel 2009. In definitiva i più giovani sembrano nel tempo aver acquisito consapevolezza maggiore della necessità di considerare il proprio profilo come un luogo da gestire e la propria reputazione online come un campo di cui prendersi cura con più attenzione. gboccia è uno degli esperti di inFamiglia. Scopri cos’è inFamiglia e aiutaci ad arricchirlo  

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