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La carne del futuro è arrivata. Nel pomeriggio del 5 agosto, a Londra, è stato cucinato e gustato il primo hamburger (142 grammi) creato in laboratorio da un’equipe di scienziati, partendo da cellule staminali. Il progetto è stato condotto da Mark Prost, ricercatore dell’università di Maastricht in Olanda, che da anni studia la possibilità di creare “sintocarne” facendo crescere, in provetta, cellule staminali di bovino. Alla base di questa idea c’è la speranza di intervenire sul problema della fame nei paesi in via di sviluppo: dare proteine animali a chi non se le può permettere senza incidere sull'allevamento. Le staminali sono cellule indistinte allo stato primitivo che potenzialmente possono trasformarsi in ogni tipo di tessuto. Con quelle di una sola mucca, in teoria, si può ottenere molta più carne di quella ottenibile da un singolo capo di bestiame. Questo nuovo hamburger è il frutto di tre mesi di lavoro nei quali Mark Post, partendo dalle staminali di mucca, ha sviluppato in vitro 20.000 fibre di muscolo di manzo. Ogni fibra è stata sviluppata individualmente in un gel di coltura. Poi tutte insieme sono state compattate per formare l’hamburger, biologicamente identico all'originale, ma con un unico problema, il sapore. Al momento, infatti, il manzo sintetico non è del tipico colore che dovrebbe avere la carne di mucca e non sa quasi di nulla per l’assenza di grasso e sangue. Per questo motivo, durante la cottura, sono stati aggiunti sale, zafferano, pane grattugiato, uova in polvere e succo di barbabietola rossa per restituirgli il colore del sangue. Al momento l’hamburger costa circa 250mila sterline (290mila euro), ma il successo di questo esperimento potrebbe portare al consumo commerciale di carne sintetica - anche se non prima di vent’anni - risolvendo numerosi problemi, oltre a quello già citato della fame nel mondo. Nei prossimi quarant’anni, infatti, la domanda di carne è destinata a raddoppiare. Il ricorso alle staminali permetterebbe di venire incontro alla domanda e di diminuire le emissioni di gas serra del settore agricolo, derivanti, appunto, dall'allevamento. Gli allevamenti intensivi di bestiame, inoltre, hanno un impatto molto pesante sul clima, si disboscano foreste intere per ricavarne praterie e i bovini stessi sono responsabili per circa il 37% delle emissioni mondiali di metano. La ricerca di Post ha trovato l’aiuto e il sostegno di molte associazioni ambientaliste, come la PETA (People for Ethical Treatment of Animals) che vede in questo progetto la possibilità di eliminare il trasporto e la macellazione di milioni di capi di bestiame.

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