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Ben Craggs è uno degli studiosi che iniziano a occuparsi del nesso tra arte, tecnologia e biologia. Lo incontro nella caffetteria della sua Università, a Londra, e iniziamo a chiacchierare. La prima cosa che gli chiedo è: perché? Insomma, qual è il punto nell’unire elementi così distanti? “Non sono distanti”, mi risponde, con entusiasmo. “Ecco il punto. Tra scienza e arte non c’è mai stata una grande differenza: si tratta sempre di processi creativi. E ora c’è una scienza particolare, la biologia, che viene usata sempre più spesso per fare arte. Come tutta la buona arte, questa ci permette di interrogarci su noi stessi.” “Per esempio?”, chiedo. “Per esempio, pensa alle cellule staminali. Sai cosa sono, vero?” Annuisco: ho fatto i miei compiti. Le cellule staminali sono il sacro graal dei biologi: possono trasformarsi in molte cellule diverse, consentendo così di curare parecchie malattie. Ma il loro uso è bloccato da interrogativi morali, visto che vengono ricavate dagli embrioni. “Ecco”, continua Ben. “Pensa a un’entità sviluppata in laboratorio, a partire da queste cellule. Che cos’è? Un semplice oggetto, come un tostapane, o qualcosa di più? Ha dei diritti, magari?” Mi viene un brivido a pensare al mio tostapane che accampa diritti (e mi riprometto di pulirlo più spesso). Ma il punto è chiaro. “Mi fai un esempio pratico?” “Le semi-living worry dolls”, mi risponde lui. Che tradotto significa, più o meno, ‘bambole quasi-viventi della preoccupazione’. “In pratica, sono piccole statue fatte di tessuto vivente, che viene lasciato crescere attorno ad alcune forme. Sono entità semi-viventi: sono loro a crescere, da sole. Gli artisti non le stanno facendo, si limitano a portare alla luce, a indirizzare, alcune possibilità che in quel tessuto sono già presenti.” “E ne vengono fuori bamboline semi-viventi.” “Già. Per noi, per il il nostro punto di vista, non hanno una vera e propria coscienza. Ma in fondo, cosa possiamo saperne? Forse c’è bisogno di un nuovo punto di vista.” “E tutto questo ci dice qualcosa, in generale, sul rapporto tra uomo e tecnologia?” “Ci dice che i due non possono essere separati. La distinzione tra noi esseri umani e le nostre tecnologie è… artificiale. Ci definiamo a vicenda. L’uomo è l’animale che fa tecnologie, e le tecnologie sono le cose fatte dall’uomo. Adesso che interveniamo sulla biologia, stiamo creando un nuovo livello di azione. Ma la sostanza è quella. La tecnologia non è un’aggiunta all’umanità. La tecnologia la forma. Ci forma” In questo momento squilla il mio telefonino. E mi ripeto: la tecnologia ci forma. Penso proprio che sia vero. E voi?

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